baco da seta

Dal baco da seta all’abito, mostra Manidoro Fiera 2017

“Dal baco da seta all’abito”, mostra alla Manidoro Fiera 2017. La YourBoost è sponsor dell’iniziativa.

 

Il tema della Manidoro Fiera del Ricamo, da poco conclusa, è stato la Primavera, quindi non poteva mancare una mostra sulla seta dal titolo “Dal baco da seta…all’abito”, curata da Mara Parma Priolo (Manidoro) e dalla scrivente.

Un percorso a partire dal baco, il cui allevamento avviene per l’appunto in primavera, mostrato in tutte le sue fasi di sviluppo dalla deposizione delle uova della farfalla Bombix mori, alla nascita e crescita del baco, alla crisalide fino al bozzolo, da cui si ricava il prezioso filo da cucito e per la produzione tessile.

L’artista del Kumihimo, Lidia Marina Musetti direttrice dell’Associazione italiana e Kiyoko Miyagoshi (Decorate) hanno mostrato le loro creazioni in seta nell’ambito della mostra.

La mostra s’inserisce anche nel contesto dei festeggiamenti per i 150 anni del primo trattato Italo-Giapponese, scaturito dalla necessità di reperire il seme-bachi sano, così si chiamano le uova di farfalla. In seguito alla diffusione in tutta Europa della malattia del baco da seta chiamata pebrina, il seme-bachi indigeno malato, fu soppiantato da quello giapponese.

La stagione però non era ancora propizia per ospitare bachi da seta vivi prodotti da allevatori locali, come quelli dell’Associazione Serit, quindi grazie alla sponsorizzazione della YourBoost srls ed alla collaborazione con il CREA-API (Unità di Ricerca di Apicoltura e Bachicoltura) di Padova, si sono potuti esporre in mostra bachi da seta vivi in vari stadi di sviluppo, crisalidi e bozzoli.

I ragazzi delle numerose classi scolastiche del territorio in visita hanno così potuto vedere da dove proviene il filo di seta e gli adulti hanno invece potuto ricordare antichi mestieri dei loro genitori o nonni, ormai dimenticati.

 

Il video presentato alla mostra

 

Un video a mia cura ha permesso poi di mostrare come avvenivano in passato l’allevamento nelle bigattiere delle case coloniche.

I ragazzi hanno così visto le fasi di trattura del filo ad opera delle donne nelle filande, realtà industriali fondamentali, non solo per le regioni del comasco o marchigiane, ma radicate da secoli anche nel riminese, prima della nascita della famosa azienda balneare nel 1843, come ho potuto raccontare in una mia recente pubblicazione dal titolo Le vie della seta a Rimini. Artefici e luoghi produttivi (XVI-XX sec.), edizioni Bookstones.

L’allevamento del baco da seta, la produzione, lavorazione e commercializzazione del filo di seta è una vocazione del territorio riminese, inteso come intera provincia storica, quindi da Riccione a Bellaria lungo la costa e nell’entroterra da Verucchio a Mondaino, assolutamente inedita fino ad oggi.

Un indizio della sua antichità però c’era. Si tratta del trattato dal titolo Il vermicello dalla seta, pubblicato a Rimini nel 1581, da Corsuccio di Sassocorvaro, il primo in lingua italiana su questi argomenti e per di più rivolto alle donne, in particolare alle riminesi, come scrive l’autore, per mostrare loro “la regola e modo come abbiate felice successo in questi nobilissimi animaletti”, i bachi da seta.

L’autore del trattato intesse infatti una lode del vermicello da seta, un vero miracolo della natura, del quale non si butta via niente perché, anche dopo che è stato privato del suo bozzolo, la crisalide poteva essere data da mangiare a polli ed oche oppure utilizzato come fertilizzante alla base di olivi e viti.

Non può di certo mancare una lode alla pianta del moro di gelso, in simbiosi con il vermicello, senza la quale non si potrebbe alimentare ed i cui frutti, le more, allora erano considerati buoni da mangiare e salutiferi. Attualmente se ne stanno riscoprendo le proprietà antiossidanti ed antinfiammatorie.

Lo studio, che s’inserisce nell’ambito del progetto Patrimonio Culturale a Rimini e in Romagna: Archivi per il Fashion e la Moda tra Ottocento e Novecento, promosso dal Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita Campus di Rimini, Università di Bologna, ha preso in esame prevalentemente fonti archivistiche del tutto inedite per ricostruire le fasi di sviluppo di una attività economica di primaria importanza per il territorio riminese fra il XVII e gli inizi del XX secolo.

Nell’ottica dell’archeologia industriale si sono individuati nella città, i luoghi nei quali avveniva la lavorazione del prezioso filo serico, ovvero i filatoi e le filande, edifici in alcuni casi ancora oggi esistenti, ma adibiti ad altro scopo, e per quanto possibile si sono delineate le biografie dei proprietari di queste attività, gli artefici della seta.

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